-fonte- il Corriere del Mezzogiorno- Oggi pomeriggio alle 16,30, per iniziativa della fondazione «Mezzogiorno Europa», nella sala conferenze dell’Università «L’Orientale» di Napoli in via Chiatamone a Napoli sarà presentato il nuovo libro dell’economista Michele Salvati «Tre pezzi facili sull’Italia», edito da «Il Mulino». Tre saggi, su democrazia, crisi economica e Berlusconi, sui quali interverranno il rettore Lida Viganoni, il filosofo Biagio de Giovanni, Maurizio Franzini, docente di Politica economica all’Università «La Sapienza» di Roma, il presidente della fondazione organizzatrice Umberto Ranieri, coordinati dal direttore del «Corriere del Mezzogiorno» Marco Demarco. Professore Salvati, lasciando ai lettori il gusto di scoprire la sua analisi dell’era berlusconiana, pensa che la stessa sia irrimediabilmente finita? «In politica non si può mai dire mai, nè che un fenomeno è definitivamente finito. Berlusconi è un combattente che ha il grosso problema di mantenere in qualche modo legata a sè la Lega. Ha il problema di andare alle elezioni con la Lega e, per far questo, dovrebbe interrompere l’esperienza del Governo Monti prima della fine della legislatura. Se, tuttavia, non riuscirà a trovare un pretesto più che plausibile una rottura del genere sarebbe vista male, come un rifiuto delle misure anticrisi di Monti, anche da parte di molti elettori della sua area. Ecco, Berlusconi si trova in questa difficoltà. Ma credo che, in fondo in fondo, la tentazione di portarsi dietro la Lega l’abbia davvero». Quando, a settembre, il suo libro andava in stampa Berlusconi cercava ancora di restare in sella e di resistere alla tempesta dei numeri espressi dai mercati. Con Monti si è determinata una svolta strategica? «Direi proprio di sì. E non è la prima volta che accade. E già avvenuto in altri momenti che la politica normale non riesca a gestire la situazione economica. E avvenuto nel 92-93 ed è avvenuto ora. E dunque la seconda volta. Verrebbe da parafrasare Brecht dicendo: “beati i Paesi che non hanno bisogno di governi tecnici” (Brecht diceva “di eroi”, ndr)». Lei individua nelle politiche finanziarie disinvolte dei governi di centrosinistra della Prima repubblica una delle principali cause, se non l’unica, della crisi attuale. Eppure all’inizio degli anni Novanta, proprio dai governi tecnici da lei ricordati, furono adottate misure molto rigorose che riuscirono a raddrizzare la nave Italia. Questo vuol dire che se oggi si sbanda di nuovo è per colpa di alcuni governi della Seconda repubblica. Quali? «Quelli dal ’98 ad oggi. Ci metto dentro anche pezzi significativi di governi di centrosinistra. Naturalmente, la percentuale di colpa è più alta per chi ha governato di più, cioè il centrodestra. I governi non si sono resi conto che l’appartenenza all’euro non metteva l’Italia al riparo da attacchi speculativi contro il debito sovrano se questo non fosse stato ridotto. In particolare, dal 2001 al 2008 questi governi dovevano essere molto più determinati nella riduzione del debito. Hanno, invece, continuato ad aumentare le spese, illusi dal fatto che in quei 6-7 anni attacchi speculativi contro il debito italiano non c’erano. Poi, dopo la grande crisi internazionale, i mercati finanziarsi si sono accorti della debolezza italiana. Governi cauti avrebbero dovuto capire che la situazione non era stabile. Il ministro Padoa Schioppa tentò di riassestare la barca, ma poi cadde insieme con Prodi». Come vede il Sud in questa crisi? «Male, se non per un aspetto: che ad occuparsene c’è nel governo una persona come Fabrizio Barca». Nel primo dei suoi «Tre pezzi facili» lei ripercorre con una veloce cavalcata la storia della democrazia italiana. Quanto sarà ricordata la «rivoluzione» napoletana di de Magistris? «Sarà ricordata come un episodio democratico e istituzionale di ribellismo meridionale. Una vicenda di protesta e di disperazione contro i partiti, incapaci e ignavi. Sia quelli di destra che quelli di sinistra non hanno saputo offrire soluzioni o alternative credibili».
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