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il pulpito
di ADOLFO SCOTTO DI LUZIO-rassegna stampa-CRISI ECONOMICA E CRISI POLITICA,LA GRANDE PAURA-

fonte-
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO -

La crisi economica sta rimettendo in movimento l'intera questione delle identità collettive.
Abbiamo passato venti anni e più a leggere la globalizzazione in termini prevalentemente culturali, come affermarsi delle differenze e della più ampia eterogeneità.

In questi vent'anni la società è stata progressivamente spogliata di politica a vantaggio di una comprensione del mondo che sembrava poter accogliere esclusivamente le dinamiche connesse alla vita individuale.
I grandi fattori dell'identità, il lavoro, la famiglia, la nazione, fortemente sollecitati dai processi della modernizzazio-ne, sono stati dissolti in un mare di diritti, di stili di vita, di forme culturali, rispetto ai quali l'unica prospettiva possibile sembrava essere la ricerca di procedure di mediazione.
 
Senza politica, il nuovo individuo carico di diritti ma privo della protezione assicurata dall'abito di antiche solidarietà collettive è stato abbandonato al suo destino di privatezza.
Su questa nuova condizione si è innalzata la pretesa delle scienze sociali di normalizzare i costumi, di fornire le regole della buona vita.
 
Sono stati gli anni degli esperti questi, in ogni ambito della vita collettiva, dalla famiglia alla scuola ai rapporti con il vicino di casa, con lo straniero, fino alla grande madre di tutte le mediazioni, la relazione alla malattia e alla morte: abbiamo assistito a una generalizzata proliferazione di metodi psicosociali di gestione del conflitto che hanno preso il posto un tempo occupatodal diritto e dalle sue finzioni.Non si ? trattato di una semplice sostituzione.
 
Ne è venuta fuori una società sostanzialmente senza giustizia, in cui i rapporti decisivi della vita sociale e dunque della democrazia sono stati affidati alla regolazione di meri giudizi di equità, di vaghi orientamenti morali che hanno spartito torti e ragioni e provato ad arrangiare alla meno peggio questioni decisive della vita di tutti.
 
Il risultato è stato quello di minare alla base i presupposti identitari della vita democratica.
 
Il problema riguarda in modo particolare la sinistra.
 
Perchè innanzitutto sua è la questione della rappresentanza degli interessi offesi oggi così potentemente in gioco.
In questi anni, la sinistra quando non ha coltivato l'illusione di una restaurazione socialdemocratica, fuori della sua portata, sia perchè il tempo di quell'illusione era di fatto scaduto, sia perchè degli ex comunisti non possono percorrere all'incontrano il tragitto della loro storia, la sinistra, dicevo, ha concepito il proprio rinnovamento come adesione alla dispersione delle differenze, lasciandosi incantare dalle prospettive della società degli individui
 
Il risultato è che oggi si trova letteralmente spiazzata da una richiesta di partecipazione che per la prima volta nella storia della nostra democrazia avviene completamente al di fuori delle sue strutture e della sua cultura di riferimento.
Il mondo giovanile, che è il vero portatore di questa richiesta, nei momenti della sua affermazionesulla scena della società democratica ha sempre contestato duramente gli apparati politico partitici della sinistra tradizionale ma anche sempre mantenuto all'interno di quegli apparati dei legami ideali, una qualche forma di continuità o un sentimento di fratellanza che derivava dalla consapevolezza di una comune discendenza.
 
Oggi niente più di tutto questo resta in piedi.
Eppure la politica è tornata a mettersi in moto.
Sotto i colpi della crisi europea possenti movimenti di massa sono oggi in cerca di rappresentanza.
Come dicevo all'inizio, la crisi economica rimette in discussione l'intera questione delle identità collettive.
Basti pensare solo allo spread, a questa misura della credibilità reciproca di sistemi economici a base nazionale.
Quello che fino a poco tempo fa sembrava un mero indice quantitativo, restituisce la vita degli individui a una dimensione dimenticata, quella di una competizione tra Stati dal cui esito la protezione della vita individuale toma con evidenza drammatica a dipendere.

L'illusione che è stata propria degli anni Novanta, di una modernizzazione come risposta permanente della società alle sfide cui era quotidianamente confrontata e di conseguenza la visione politica riformista che ne è derivata, di una società che prendeva su stessa il carico della propria trasformazione e di un' Europa che avrebbe dovuto fornire il quadro generale di questa trasformazione, questa illusione, dicevo, ? oggi una vacua tiritera.
La questione della statualità e quella della ricostruzione delle identità collettive costituiscono oggi i pilastri della politica.
Ma c'è un aspetto ulteriore che si può mettere in evidenza.
La crisi costringe a prevedere scenari d'eccezione in cui in gioco sono non più le forme astratte della circolazione del denaro ma le grandi passioni collettive.

La crisi è essenzialmente la grande paura del crollo.
Che si tratti di uno scenario evocato ad arte per fare pressione su classi politiche nazionali recalcitranti o del sentimento diffuso di settori indifesi della popolazione, le grandi correnti della psicologia di massa tornano a rivendicare la propria centralità nel discorso politico.
La democrazia vive e muore di queste profonde correnti che agitano la vita dei popoli.
Dipende dalla politica, dalla sua capacità di dare forma e di articolare la paura in un linguaggio superiore, se l'urto delle passioni collettive sarà in grado di nutrire le basi democratiche della nostra vita o di distruggerle.
 


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